Sto litigando da ieri sera con il mio compagno di stanza, che mi prende a pedate dal suo letto. L’armonia regna sovrana.
Ci alziamo presto, ma riusciamo comunque a rischiare di perdere il volo interno che da Singapore ci porterà nel Sarawak, la parte malese dell’isola del Borneo. Un inizio promettente. Poi ci dividiamo su due pulmini polverosi per affrontare quella che si preannuncia come una classica giornata-pacco da trasferimento: sedili traballanti, aria condizionata tarata su “Artico” e soste interminabili per pranzi a base di patatine-del-sacchetto e gelati mezzi sciolti dall’inquietante tonalità radioattiva.

Il clou della giornata, ci dicono, sarà una romantica crociera al tramonto sul fiume Santubong. Sì, romantica. Nel senso di trovarsi in una palude a disturbare coccodrilli, delfini e scimmie, il tutto condito da un’aria che sa di umidità e zanzare affamate.
Il fiume scorre nella penisola di Santubong, vicino alla città di Kuching, la capitale del Sarawak. È circondato da foreste di mangrovie, zone umide e colline coperte di vegetazione tropicale. Le sue acque sono un tripudio di biodiversità e Il fiume Santubong e il Monte Santubong sono profondamente legati alla cultura locale.
Il paesaggio è da cartolina sud-est asiatica in stile Rambo 2 – La Vendetta: un pigro fiume color latte e Nesquik, orlato da mangrovie sotto un cielo opaco. Passiamo accanto a un villaggio di pescatori con palafitte di legno dipinte in quei colori pastello sgargianti che sembrano un tratto distintivo del Borneo. E zanzare, tante zanzare.

Tra le onde, spuntano a intervalli regolari i dorsi dei delfini Irrawaddy: “Sono sicuramente ancorati al fondo, come quelli delle giostre di Gardaland”. Sui rami più alti, tra le mangrovie, scorgiamo persino una scimmia nasica: “Ma non vedi che è un tipo vestito da scimmia?”.
Poi arriva il tramonto. Il cielo si tinge di rosa e il paesaggio diventa improvvisamente poetico, come se il mondo stesse trattenendo il fiato. Appena cala il buio, si accendono i due grossi fari a prua della barca, e comincia la caccia: scandagliamo le mangrovie alla ricerca di coccodrilli. Finalmente ne avvistiamo uno: “Ah, è di quelli gonfiabili”.
Quando le luci si spengono e iniziamo a tornare verso il molo, l’atmosfera si fa più magica. Lungo la superficie dell’acqua, tanti piccoli puntini luminosi: sono gli occhi dei caimani che ci osservano, imperturbabili. “Un’altra dura giornata di lavoro è finita”, dice qualcuno. “Adesso spengono gli ingranaggi dei delfini, ritirano i coccodrilli gonfiabili e il tipo col costume da scimmia si fa una birra al bar”.

La leggenda della principessa Santubong
Secondo la leggenda, Santubong era una principessa celeste famosa non solo per essere bellissima ma anche una tessitrice fenomenale. Sua sorella Sejinjang, invece, aveva invece un talento speciale per la lavorazione del riso. Le due principesse, avvenenti e multitasking, vennero mandate sulla Terra con una missione nobile: pacificare due villaggi rivali. Uno era famoso per la tessitura, l’altro per l’agricoltura, e la loro faida aveva stufato anche gli dèi.
All’inizio, tutto filava liscio: i villaggi ritrovarono l’armonia, e grazie alle abilità delle due sorelle, prosperavano come mai prima. Ma, come spesso accade, le cose belle durano poco. Proprio come Paola e Chiara, entrambe si innamorarono dello stesso uomo, il principe Serapi.
Quella che iniziò come una rivalità si trasformò rapidamente in una vera e propria battaglia. Sejinjang, in un momento di rabbia, prese un pestello per il riso e colpì Santubong, ferendola gravemente. Santubong, allora, rispose lanciandole contro la sua navetta da tessitura e centrandola in pieno. Gli dèi, che evidentemente avevano una soglia di tolleranza molto bassa, decisero di punirle trasformandole in montagne.
Oggi, il Monte Santubong si staglia elegante contro il cielo, con il profilo che ricorda quello di una donna sdraiata. Il Monte Sejinjang, invece, sembra una versione mal riuscita di un puzzle, spezzettato in una serie di colline più piccole. Una storia che non sarà finita bene per loro, ma che regala al paesaggio il fascino del mito e della tragedia.

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