La finestra della mia camera ha una ringhiera avvolta da un filo di lucine, e appena sveglia vedo una mandria di cavalli passare per strada. È un’immagine così fuori dal tempo che finalmente sento di avere lo stato d’animo giusto per il posto in cui sono.
La zona del caffè in Colombia è conosciuta come Eje Cafetero o Triángulo del Café, famosa per le sue colline verdi coperte di piantagioni e i suoi pittoreschi borghi dalle case colorate. L’Eje Cafetero è riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, con il nome di “Paesaggio Culturale del Caffè” (Paisaje Cultural Cafetero), per la combinazione unica di tradizione, bellezze naturali e coltura del caffè che ha modellato l’identità della regione.

In mattinata, infatti, visitiamo una finca dove scoprire il processo di coltivazione e degustare il famoso caffè colombiano di varietà Arabica. La nostra guida è un ragazzino, probabilmente sui 15 anni, che prende molto sul serio il suo ruolo di maestro: ogni volta che ci vede ridere troppo, ci interroga su quello che ha appena spiegato e ci riprende puntualmente se le risposte non sono all’altezza. Alla fine del tour, ci preparano un caffè con la greca (una caffettiera simile alla moka). I tempi biblici di attesa non fanno che aumentare le aspettative, ma il sapore acidulo e un po’ bruciato ci delude un po’.
Partiamo per Medellín a bordo di uno dei classici pullman scrausi, e l’autista annuncia che il trasferimento potrebbe durare “dalle sei alle dieci ore”. Queste quattro ore che ballano sono un enigma colombiano: praticamente i tempi di viaggio sono sempre più lunghi di quanto dichiarato, e nessuno sembra trovarci nulla di strano.

Facciamo una sosta a Filandia, a circa 45 minuti da Salento, è meno turistica e conserva un fascino più discreto, un po’ meno contaminato dal flusso di visitatori. Con i suoi edifici coloniali dai colori pastello e i caffè accoglienti, è ideale per chi vuole assaporare la tranquillità della vita andina. Ormai è l’ora di pranzo, e le uniche forme di vita sembrano essere dei ragazzini che tornano da scuola in divisa bordeaux. Una panetteria che mi attira come una calamita: qui compro una fetta di torta al cocco, alta come una fiorentina, ripiena di dulce de leche e talmente dolce da provocare crisi iperglicemiche al solo sguardo.
Dopo qualche curva, ci fermiamo in una decadente area di servizio, dove ci concediamo dei ghiaccioli dall’aspetto radioattivo. Un’altra sosta è in programma più avanti, ormai con il buio calato: un baracchino di legno a lato della strada, perfetto per procurarsi qualche birra da sorseggiare durante il viaggio e, forse, trovare il modo di stordirci un po’. A occhio e croce, il nostro consumo medio di birra sta pericolosamente lievitando.

Alla fine impieghiamo circa otto ore per arrivare a Medellín, otto ore in cui qualcuno riesce a parlare senza sosta, mentre il resto del gruppo valuterebbe volentieri di dare testate contro il finestrino. Nel momento clou, l’autista si perde, e ci affidiamo a Google Maps, che ci guida in uno spagnolo così entusiasta da sembrare il miglior membro del team.
Per la notte ci aspetta un festival della privacy: una camerata da otto e quattro docce in tutto l’ostello. Ma, per fortuna, l’acqua è calda, il posto è pulito e accogliente, e la notizia che c’è una lavanderia si sparge a macchia d’olio: vedo tutti correre a riempire sacchi bianchi con il bottino infangato dell’ultima escursione. Il sacco lenzuolo, invece, può aspettare: stanotte, si dorme in un posto affollato, ma pulito.


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