giorno 2: SINGAPORE by night

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Per colazione, ci aspettano le uova. Quando si viaggia, per colazione ci sono sempre le uova. E quando non ci sono, vuol dire solo una cosa: avrai fame. Forse non subito, ma presto. È una certezza scientifica.

Da Malacca a Singapore sono circa tre ore di viaggio, dogana esclusa. I controlli li faremo in autobus, ma prima dobbiamo raggiungere la stazione. L’albergo chiama i taxi, che arrivano con un ritardo di quasi mezz’ora. I due autisti si mostrano subito perplessi: le loro auto hanno solo quattro posti, ma noi siamo in 16, con tanti zaini. Dopo un’accesa contrattazione, si decide che faranno due viaggi. Perdiamo il nostro anticipo e finiamo per essere appena puntuali. Parte così una corsa disperata verso la banchina, ovviamente l’ultima in fondo al parcheggio.

Zion C via Unsplash

Il viaggio scorre senza intoppi – a parte un paio di sorpassi che avrebbero fatto impallidire anche un pilota di Formula 1 – fino alla dogana. Qui ci troviamo al confine con la “città delle multe”. Sì, perché a Singapore sembra vietato tutto: fumare, masticare chewing-gum, bere alcolici in strada. Si dice addirittura che le manette rosa del Fiorucci Store che mi regalarono per i 18 anni siano fuorilegge (anche se di questa informazione non sono sicura al cento per cento).

La dogana è un enorme Autogrill a ponte. Il pullman resta sotto, per il controllo, mentre noi saliamo al piano superiore. Gli zaini vengono passati al setaccio da guardie in cerca di sigarette di contrabbando o chewing-gum clandestini. Noi veniamo timbrati e rispediti giù, di nuovo alla banchina più lontana. È lì che scopriamo che il nostro autista ha bucato una gomma (o almeno così dice) ed è andato via. Un altro pullman arriverà “tra cinque minuti” – che in realtà diventano due ore. Quando finalmente si presenta, siamo sfiniti, sdraiati sugli zaini come tanti Gregor Samsa. Non ci poniamo troppe domande e saliamo.

Alla stazione degli autobus cambiamo un po’ di soldi in dollari di Singapore (S$), poi ci lanciamo su un bus di linea sperando sia quello giusto. L’albergo che ci aspetta è pulito e impersonale, molto in stile film coreano. Ci rifaremo con una serata al Marina Bay Sands. Sul rooftop, possibilmente. Dopo una doccia rigenerante, tiro fuori il mio asso nella manica: una tuta di seta stampata, perfetto equilibrio tra glamour e praticità da zaino.

La fermata della metro è a un paio di chilometri, che percorriamo a piedi. I ragazzi in camicia iniziano a sudare copiosamente dopo pochi minuti. In compenso, nei vagoni ci accoglie un gelo polare: la broncopolmonite è praticamente garantita.

Anatoliy Shostak via Unspalsh

Singapore non era nella mia Top 10 delle destinazioni. Quando abbiamo pianificato il viaggio, ho votato per venirci solo per curiosità: mi aspettavo una città per ricchi (vero), cosmopolita ma senz’anima (in parte vero). Eppure, ora che sono qui, sono contenta.

Il Marina Bay Sands è l’edificio simbolo della città. Tre grattacieli alti 200 metri, collegati in cima da una piattaforma sospesa a forma di tavola da surf, chiamata SkyPark, con giardini pensili, ristoranti pettinati e la famosissima piscina a sfioro. Offre una vista spettacolare sulla baia e sulla città. Ci sono un enorme casinò con piscine navigabili in stile Venezia, negozi di lusso, ristoranti stellati e praticamente ogni altra cosa. L’ascensore che ci porta sul rooftop è tutto dorato e mentre saliamo ci si tappano le orecchie.

Partiamo con l’intenzione di fare solo un aperitivo. Finisce che ordiniamo una portata a testa, dividiamo un dolce molto Instagram-friendly in tre e ci concediamo cinque birre. Il conto è esorbitante, ma lo archiviamo con un: “Mica ci capita tutti i giorni”, “Domani torniamo a mangiare in qualche buco” e “Crepi l’avarizia!”

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