giorno 14: FLORES

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Alla fine, ce l’eravamo cavata con blatte e acqua calda, rinunciando al letto pulito. La nottata non era stata proprio il massimo, imbustata nel sacco a pelo, con le molle del materasso a massacrarmi la regione lombare e i galli che avevano cantato praticamente tutta la notte.

L’idea di spararci ancora numerose ore di pullman (ogni volta che chiedevamo quante ne mancassero, la risposta cambiava: da un minimo di due ore a un massimo di nove) e impanarci di terra non è entusiasmante. Per di più, mi sono svegliata con il ciclo, due settimane in anticipo e del tutto inaspettato. Buongiorno.

Come prima tappa, ci aspetta il solito giro di selfie in qualche villaggio. Quello di oggi si chiama Bena, è uno dei villaggi più conosciuti e meglio preservati di Flores e rappresenta un importante centro culturale per il popolo Ngada. È famoso per le sue case tradizionali con tetti di paglia, disposte in cerchio intorno a spazi cerimoniali, e per i megaliti che simboleggiano antenati e divinità. Appena arrivati, ho iniziato a dire frasi tipo “Quanto mi piacerebbe un bel caffè”, sperando che qualcuno, tipo Riccardo, abboccasse.

«Top. Famose ‘sto caffè», ha detto. Così, io, lui, Vale e Martina ci siamo ritrovati a sorseggiare caffè sulla veranda di una capanna con il tetto di paglia, insieme alla famiglia di una ragazza del posto, completamente rapita da Riccardo, che avevamo usato come merce di scambio.

Seconda tappa: le sorgenti termali più famose di Flores, Mangeruda, nell’area centrale dell’isola, dove credevamo di poterci sciacquare via la polvere in totale relax. Le sorgenti sono alimentate da acque calde naturali, incastonate tra sassi neri di lava e gialli di zolfo, con vapori che si sollevano dalle acque.

Le acque sono considerate terapeutiche dalla popolazione locale, che si immerge composta e vestita, aggrappandosi alle rocce. Ora, immagina venti italiani mediamente casinisti, metà in costume, che arrivano a turbare la quiete giocando alle rapide di Jumanji.

Appena metto i piedi in acqua, mi coglie un presentimento. È come quando prepari un bagno bollente e non riesci a entrare subito. A peggiorare le cose, mi sono anche scottata un po’ tenendo un piede fuori dal finestrino del bus. Fino a qui posso ancora sopportarlo. Ai primi capogiri penso: “Vabbè, passerà.” Ma quando inizio a sentirmi mancare, realizzo finalmente che è stata una pessima idea.

La pressione mi si è abbassata troppo. Perdo la sensibilità nelle mani e la forza nelle braccia, mi stacco dall’appiglio e inizio a scivolare giù per il letto del fiume, sbattendo contro ogni sasso e non riuscendo a fermarmi. Colpisco forte la mano e il collo del piede, e poi la corrente mi scaraventa contro una roccia gigante, su cui sbatto femore e osso sacro (in pratica, una culata tremenda). Mi ferma un albero caduto, contro cui probabilmente mi incrino una costola, ma su cui almeno riesco ad arrampicarmi e raggiungere l’argine friabile.

All’inizio, gli altri se la ridono di gusto, poi smettono.

«Come fai a uscire di lì a piedi nudi? Frana tutto, se ti gira la testa cadi e ti ammazzi!»
«No, raga, devo uscire subito. Se resto qui svengo.»
«No, no, ferma! Vengo a prenderti, dammi la mano.»
«Ce la devo fare da sola.»
«Sì, lo so, ma dammi la mano.»

Missione compiuta: sono coperta di terra, zoppico un po’ e i lividi si stanno già formando. Uno, lungo metà coscia, mi terrà compagnia per le prossime due settimane. Ma ha una forma simpatica: sembra un cavalluccio marino.

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