I marinai indonesiani erano stati così gentili da lasciarci su quel minuscolo atollo tutto bianco finché è stato possibile. Ho capito che qualcosa non andava quando, tornando verso la barca, nuotavo con più fatica del solito. Mi sono aggrappata forte alla scaletta di legno, pensando: «Ma perché ci stiamo già muovendo se non siamo ancora tutti a bordo?». Solo dopo ho capito che non ci stavamo muovendo noi, era la corrente.

Dopo neanche venti minuti di navigazione, tutto ha iniziato a rotolare e cadere dal tavolo, e le onde si infrangevano bagnando la prua fino a noi, sotto il tendalino. A qualcuno è venuta la nausea. Siamo corsi a raccogliere il bucato steso prima che il vento lo strappasse via, e abbiamo messo al sicuro cellulari, casse, caricabatterie e powerbank.
Sono scesa in cabina per mettermi la cerata, sbattendo contro le pareti. Quando sono risalita, la barca rollava e beccheggiava così tanto che ho fatto gli ultimi tre gradini con un salto, finendo sbalzata sul ponte. L’equipaggio ha spento tutte le luci per vedere meglio. In tre ci siamo legati all’albero di prua, con le braccia agganciate a catena.

Non avrei mai pensato di poter guardare una stellata così, durante una burrasca. Le onde ci schiaffeggiavano, e il vento mi tirava fuori ciocche di capelli dal cappuccio che mi finivano in bocca mentre ridevo. A poppa, il ragazzo incaricato di tagliare le teste d’aglio (e questo dice tutto su quanto ne usino nella cucina indonesiana) stava lì tranquillo, a tagliare teste d’aglio. Ci siamo fatti un selfie.
Piano piano, le onde si sono calmate, gli altri hanno iniziato a uscire da sotto coperta, e siamo arrivati in una baia illuminata da tante altre barche, riparate lì per la notte. Senza nemmeno accorgercene, ci siamo ritrovati davanti un piattone di quella che sembrava pasta alla Norma, preparata in qualche modo dall’equipaggio in mezzo a tutto quel caos. Ed era buonissima.

Le assi del ponte erano irrimediabilmente fradice.
«Che hai? Stai pensando a dove dormire?»
«Eh…»
«Vuoi riprenderti il letto in cabina che mi avevi ceduto e dormo fuori io?»
«No, sarebbe da stronza. Dormo fuori, in qualche modo.»
«Ma ti pare? Nessuno dorme fuori. Ci stringiamo.»
E ci siamo stretti, anche se sotto coperta mi mancava un po’ l’aria, e russavano in due. A un certo punto anche in tre.

Al mattino cambiarsi era un’impresa: c’era sempre qualcuno che entrava o usciva. Intanto, la Nutella era finita, così come le otto casse di Bintang. Era ora di scendere.
A terra, la prima cosa che ho fatto è stata guardarmi allo specchio dopo giorni, giusto per verificare che avessi ancora una faccia. Poi abbiamo diviso un pezzo di sapone di Marsiglia e fatto il bucato nei secchi, trasformando il patio in un accampamento con stendini e fili tirati ovunque. Niccolò, senza motivo, ha preso le mutande a pois di Riccardo e me le ha lanciate addosso, anche se non c’entravo niente.

La serata è finita in un ristorante pieno di surfisti, con biliardo e terrazza sulla baia. (I surfisti indonesiani sembrano più stregoni voodoo, ma li trovo simpatici).
All’imbrunire, una corsa sul retro di un pick-up ci ha portato al porto. Abbiamo cercato invano un massaggio e siamo finiti a bere Bintang nel bar di un diving club gestito da australiani. Lì ci siamo ritrovati in piena festa di compleanno di un cameriere indonesiano, che ci ha offerto una fetta di torta zuccherosissima e ha voluto un selfie con noi.
Camminando, mi sembrava ancora di sentire il rollio del mare.


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