giorno 15: EQUATOR POINT

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(La notte in tenda non riuscivo a dormire per il freddo, così ho riletto Cavie. Con il buio intorno e i versi degli animali selvatici fuori, faceva una paura!)

Mi sveglio all’alba, ancora completamente vestita con le cose del giorno prima e il piumino leggero. Strisciamo fuori dalle tende con i nostri bagagli bitorzoluti, preparati al buio sforzando le cerniere. Carichiamo il van per l’ultima volta.

Alla luce del giorno, il ristorante nella savana dove avevamo cenato è ancora più carino, tutto aperto, di legno, con le scimmie che saltano tra gli alberi. Ci sono pancake, pane tostato e persino il burro di noccioline. Niente come l’Africa insegna ad apprezzare le piccole cose.

Facciamo un ultimo safari con le valigie nel bagagliaio, in scioltezza. Le zebre ci guardano annoiate, forse un po’ perplesse, mentre sembrano mettersi in posa. Non è assurdo che esista davvero un animale con il pelo a strisce?

Ripassiamo dall’Equatore per la seconda volta, e ci fermiamo a fare delle foto sceme. Poi ci sediamo in un ristorante, e stavolta non mi importa che in Uganda ci voglia sempre quasi un’ora per avere un piatto di patatine fritte.

Mi porto a casa una maglia della nazionale, con la patch con lo stemma FIFA tarocco, e delle fasce di cotone colorate per i capelli.

Arriviamo a Entebbe nel tardo pomeriggio. Io e le altre ragazze ci siamo spartite una bella stanza tutta per noi in una guest house deliziosa. Quando ci hanno dato le chiavi, abbiamo iniziato a saltellare, gridare e abbracciarci, indicando cose come il box doccia e la tazza del cesso, tutti dei piccoli lussi a cui non eravamo più abituate. Solo dopo ci rendiamo conto di quanto sia socialmente inappropriato.

La prima cosa che faccio è godermi un’acqua frizzante in veranda, bella fresca e molto gassata, seduta su una sedia di vimini.

“Hai cambiato faccia, guarda, sei già come nuova.”

“È l’idea che tra poco mi lavo.”

Dopo una doccia come si deve, mi metto a ballare in giro per la stanza, canticchiando: “Sono pulita, guardami, sono pulita!”

Raggiungiamo gli altri per una delle cene peggiori di tutta la nostra permanenza, poi rimaniamo per un po’ attorno al fuoco a scaldarci. Alla fine, ci ritiriamo sulla nostra veranda per un ultimo shot di Amarula, sotto gli occhi fosforescenti di Simba, il rottweiler gigantesco della guest house.

A mezzanotte, andiamo in aeroporto. Dopo 16 giorni e 2.420 km percorsi, si torna a casa.

“Potevamo farci un selfie, tutte e quattro sdraiate sul lettone.”

“È vero, che peccato. Eravamo carine.”

Abdul ci lascia nel parcheggio dell’aeroporto di Entebbe, lo stesso dove ci aveva accolto con quel suo sorriso a mezzaluna e il diastema. Prima di andare, ce lo abbracciamo tutto.

L’aeroporto di Entebbe è il caos totale. Fa un caldo insopportabile, e qualcuno ha piazzato dei Pinguino Delonghi qua e là, che sparano aria fredda a caso sulle persone in coda. Code infinite e continui controlli, anche se piuttosto sommari. Il personale sembra muoversi a rallentatore, lento e scazzato. Riusciamo a imbarcarci appena in tempo, verso le quattro del mattino.

Sono seduta lontana dagli altri, incastrata tra due ugandesi. Chiudo gli occhi, ma non riesco a dormire davvero. In quelle sei ore finisco Cavie, ascolto un po’ di musica. Ok, forse un po’ dormo, ma poco. Quando mi alzo per sgranchirmi, cerco gli altri. Qualcuno è sveglio e mi fa l’occhiolino da lontano.

L’aeroporto di Istanbul è un caos ancora più grande, pieno di gente di ogni tipo, proprio come all’andata. Siamo solo meno lucidi, e il caffè è pessimo come sempre, ma comunque necessario.

Aspettiamo sei ore. Dopo aver mangiato schifezze e vagato come zombie nei negozi, ci accampiamo in una sala d’attesa. Sono così stanca che parlo lentamente e a voce bassissima.

“Non mi andava, ma arrivati a questo punto ho voglia di arrivare a casa”

In aereo sono seduta tra un ragazzo turco bellissimo, che mi chiede de raccontargli com’è l’Uganda, e uno che avrà una decina d’anni più di me, rosso di capelli, grosso con un armadio e con i pantaloni cargo e una camicia khaki. Viene da un viaggio in Nepal con un altro gruppo di Avventure nel Mondo. Tutto sommato, mi hanno assegnato il posto giusto.

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