giorno 6: verso FORT PORTAL

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Il primo trasferimento impegnativo: circa 320 km di strade sterrate. La giornata è iniziata con una colazione a base di uova e chapati un po’ gommoso, davanti a un’alba da cartolina. Poi, caricato tutto sui van, siamo partiti.

Al primo tornante, troviamo degli zaini e borsoni sparsi per terra e, con la nostra solita prontezza di riflessi, esclamiamo: “Guardate che sfigati, qualcuno ha perso le valigie!”. Naturalmente erano le nostre. L’altro van era fermo dietro l’angolo, con tutti che correvano a recuperare i loro bagagli.

E così, dato che il portellone del Toyota anni ’80 dell’altro gruppo aveva deciso di salutarci definitivamente, abbiamo stipato tutto sul nostro van, pieno fino a scoppiare. Ogni volta che Abdul prendeva una buca, uno zaino cadeva inevitabilmente sulla testa di qualcuno in ultima fila (cioè, me), sempre nel momento esatto in cui stava per crollare dal sonno.

Altrimenti, in quello stesso istante, partiva la suoneria del cellulare di Abdul, a tutto volume. Un mix di musica neomelodica ugandese che ho ascoltato talmente tante volte da poterla ormai cantare a memoria.

È stato lì, in cima a una salita ripidissima e nel bel mezzo del nulla, che abbiamo bucato per la prima volta e perso di vista gli altri. Abdul, dopo una telefonata piuttosto agitata, ha tirato fuori il ruotino. Il van, già sgarruppato, sembrava ora decisamente più storto e precario.

Siamo riusciti ad arrivare a Butiaba, dove gli altri ci aspettavano e dove abbiamo trovato un gommista. Mentre sistemavano la ruota, ci siamo concessi una passeggiata per fare un po’ di spesa in un negozietto e al mercato locale, coloratissimo. Ci fissavano tutti, come se fossimo alieni.

Poi via, altre centinaia di chilometri di strade rosse, che salivano e scendevano come se le avesse disegnate un bambino. A un certo punto ci siamo fermati in un posto chiamato Kagadi, che non riuscivamo a nominare senza ridere, e ci siamo gustati una Coca Cola fresca, seduti su sedie di plastica azzurra di un bar.

Al tramonto, siamo finalmente arrivati alle colline finto-Chianti di Fort Portal, coperte di piantagioni di tè a perdita d’occhio. L’alberghetto dove avremmo passato la notte era essenziale, ma carino, con un cortile interno dove abbiamo cenato, un servizio di lavanderia, lenzuola pulitissime e un bagno vero. Con acqua calda. La felicità pura.

Quella notte ho dormito come non facevo da giorni.

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